Virtuosi nella musica? Dipende dalla “memoria di lavoro”
CondividiLa memoria di lavoro (working memory) è un particolare concetto proposto negli anni ’70 dagli scienziati Baddeley e Hitch, definita come “un sistema per il mantenimento temporaneo e per la manipolazione dell’informazione durante l’esecuzione di differenti compiti cognitivi, come la comprensione, l’apprendimento e il ragionamento”. In pratica, si tratta di una sorta di memoria RAM del nostro cervello, che permette di svolgere diverse mansioni allo stesso tempo come, nel caso dei musicisti, suonare lo strumento e leggere le note sullo spartito. Un gruppo di ricercatori statunitensi della Southern Illinois University Edwardsville, ha invitato un gruppo di pianisti a eseguire brani di crescente difficoltà leggendo le note su uno spartito mai osservato in precedenza, mentre una giuria giudicava le loro prestazioni. Tutti i musicisti erano in seguito sottoposti ad alcuni test per determinare la memoria di lavoro e quante ore avessero trascorso al pianoforte nell’anno precedente. Dai risultati è emerso che il tempo impiegato ad esercitarsi era responsabile del 45% della differenza di abilità tra un pianista e l’altro, mentre la memoria di lavoro contava per un ulteriore 7% di “virtuosismo” in più. “La pratica è assolutamente importante per le performance, ma il nostro studio suggerisce che le abilità cognitive, in particolare la memoria di lavoro, potrebbero limitare il definitivo livello di performance che può essere raggiunto”, ha affermato Elizabeth Meinz, una delle autrici dello studio.








